26/05/09

Canto II della Gerusalemme Liberata.


Il quadro raffigura il battesimo di Clorinda da parte di Tancredi. L'articolo seguente non è altro che un mio seminario sulla "Liberata" di Torquato Tasso.

CANTO SECONDO

1.1 RIASSUNTO DEL CANTO

In questo canto Tasso fa entrare in scena il meraviglioso a spese del verosimile anche se non viene mai tradito. Qui il meraviglioso ha la forma della magia (nel rinascimento la magia fa parte della cultura,e quindi fa parte anche della cultura del Tasso). Il mago Ismeno (un cristiano diventato mussulmano) persuade Aladino a collocare nella moschea una immagine della Madonna trafugata in una chiesa cristiana, affermando che solo in virtù di questo talismano la città diverrà inespugnabile, (l’icona della Madonna come il palladio). Il piano viene attualizzato, ma il mattino seguente l’immagine messa nella moschea è misteriosamente scomparsa. Ira di Aladino che minaccia di morte tutti cristiani, ritenuti responsabili del furto, nel caso che il colpevole non si costituisca.

Allo scopo di salvare la comunità, Sofronia (vergine casta e pura, come deve essere presentata un’eroina cristiana che si sacrifica per il bene comune), pur essendo innocente (bugia a fin di bene) si autodenuncia e viene pertanto condannata al rogo. Si ha una specie di sacra rappresentazione: città assediata, comunità in grave crisi, preparazione del rogo. Donna che sacrificandosi, salva la situazione. Τσποι del canto: il più debole ha ragione del più forte. La salvezza viene dal più debole. Sofronia sul rogo: Tasso indugia sulla descrizione delle bellezze della giovane martire.

Esaltazione della teatralità: intervento di Olindo (segretamente innamorato di Sofronia – Altro Τσποι ) che si accusa del furto dell’immagine. Aladino li condanna entrambi. Dialogo dei due giovani legati schiena contro schiena al palo del rogo (psicomachia, conflitto di passioni). Τσποι del deus ex machina: arriva un nuovo guerriero, è Clorinda, bellissima e vergine amazzone. Ella ha subito la percezione dell’innocenza dei due giovani, e ne chiede in dono la grazia ad Aladino che gliela concede felice di avere in sua difesa una spada del valore di Clorinda, anzi, la nomina immediatamente comandante supremo dell’esercito pagano (valore del dono, rapporto interpersonale basato sul dono, a proposito è un altro Τσποι). Gli uomini validi della comunità cristiana vengono messi al bando da Aladino. Questi si ricongiungeranno all’esercito cristiano accampato presso Emaus.

Si torna la campo cristiano, ove arrivano due messaggeri: sono Alete diplomatico di gran valore, che, nato povero “da principio indegno, tra le brutture della plebe è sorto” (Tasso dimostra sempre un grande disprezzo per la plebe), è assurto ai più alti gradi per meriti propri e in particolare per il dono dell’eloquenza, e Argante, un guerriero rude e villanzone del Caucaso. Vengono come messaggeri del re d’Egitto a tentar di distogliere Goffredo dall’idea di continuare le ostilità. Alete fa un discorso che è un capolavoro di retorica e di alta diplomazia (trovato eccellente anche dal Galilei!!! “l’orazione di Alete mi par tutta buna”) garbata risposta negativa di Goffredo (da notare le differenze stilistiche tra l’oratoria do Goffredo e quella di Alete). Sproloqui di Argante che fa meraviglia in Galilei, il quale non sa rendersi conto di come abbia fatto un re ad affidare una missione di tale delicatezza ad un animalaccio simile. I due ambasciatori ricevono ricchi doni da Goffredo (Τσποι del dono). Un elmo Alete che lo ammira estasiato, e una spada Argante, il quale promette di usarla al più presto contro i cristiani (infatti ucciderà con essa Didone). Scende la note.

Τσποι del canto:

Il debole ha ragione del più forte

Deus ex machina

Valore del dono nei rapporti interpersonali

N.B L’episodio di Sofronia e Olindo e la prima digressione contro l’unità del poema, che è una storia di guerra. Probabilmente questa digressione rappresenta il primo strato di miele con cui Tasso ha sparso la bocca del vaso per rendere la storia più interessante ai lettori, memore com’era, sulla facilità di fallire se si scriveva un poema epico basato solo sull’unità d’azione. L’esempio era “l’Italia liberata dai Goti” del Trissino.

Gia Boileau nella sua arte poetica affermava che:

“Il Tasso, si dirà, lo ha fatto con successo.

Io non voglio qui fargli un processo

Ma checché il nostro secolo proclami in sua gloria,

egli non avrebbe col suo libro reso illustre l’Italia

se il suo saggio eroe sempre in ovazione

non avesse fatto altro che mettere alla fine Satana alla ragione

e se Rinaldo, Argante, Tancredi e la sua amante

non avessero del suo soggetto rallegrato la tristezza.”

III 209 - 216

1.2 Ismeno

Mentre il tiranno s’apparecchia a l’armi,

soletto Ismeno un dì gli s’appresenta,

Così il Tasso ci presenta Ismeno per la prima volta nel suo poema. Importantissimo è l’aggettivo soletto, perché rapporta il mago con il suo primo antagonista cioè Piero l’eremita, infatti anche lui è accompagnato dall’aggettivo solitario (canto I ottava 25). Ma è il suo primo antagonista non tanto per l’aggettivo che li accompagna, ne è l’antagonista perché Ismeno entra nell’azione del poema non come mago, ma come consigliere (titolo per eccellenza dato a Piero l’eremita) e solo in seguito userà la sua magia. Infatti le “bestemmie” cioè gli incantesimi fatti sull’immagine della vergine Maria, verranno dopo il suggerimento di rapire la stessa e di porla nella moschea (probabilmente quella di Omar, posta nella spianata dove sorgeva il tempio di Salomone), per rendere Gerusalemme imprendibile dall’esercito cristiano.

Guglielminetti ci ricorda i quattro fondamentali movimenti Ch’egli compie tra le maglie del poema, questi sono:

Il trafugamento dell’icona della Madonna (II – 3-6)

Il decisivo recupero di Solimano (X – 7-54)

La consegna ad Argante e Clorinda del fuoco greco, per incendiare le torri (XII – 42)

L’incantamento della foresta di Saron e la previsione della siccità (XVI)

E proprio il secondo punto, ci indica chi potrebbe essere il secondo e il più vero antagonista di Ismeno. Stiamo parlando del mago d’Ascalona. È il suo primo antagonista per alcune caratteristiche che contraddistinguono i due personaggi.

1. Come Ismeno è un cristiano diventato mussulmano, il mago di Ascalona è un mussulmano diventato cristiano in più è stato battezzato da Piero l’eremita.

2. Entrambi sono vecchi, ma del mago di Ascalona i dice che è anche venerabile.

3. Entrambi sono fondamentali per il recupero dei due massimi campioni dei rispettivi eserciti, Rinaldo per i cristiani (canto XIV, XV, XVI) Solimano per i pagani (canto X).

4. Entrambi sono veggenti (caratteristica che condividono anche con Satana), in quanto Ismeno prevede la riconquista di Gerusalemme da parte di un discendente di Solimano (Saladino che più o meno cento anni dopo riprenderà Gerusalemme e tutta la Palestina ai cristiani).

5. Entrambi per poter operare con la magia stanno lontani dal mondo, naturalmente il Tasso ci fa sapere che il mago di Ascalona è anche un eremita.

6. Per finire entrambi (per il rinnegato si può vedere al limite nel suo nome l’anagramma del mago Simone biblico) personaggi d’invenzione, dunque non hanno nessuna origine storica, forse il Tasso ci vuole suggerire che la magia fa parte non della storia ma della fantasia (il meraviglioso che comunque per il poeta è sempre al servizio della verosimiglianza).

A livello testuale è percepibile in questo canto, la frattura che c’è tra la presentazione di Ismeno e la sua prima mossa, frattura sottolineata dalla anafora della prima ottava, perché l’anafora sottolinea la sua natura di mago (anzi negromante e dominatore di forze infernali), e ciò nonostante la sua prima azione sia una non azione (il consiglio del ratto dell’immago), naturalmente l’anafora sottolinea che nonostante qui ha agito da consigliere Ismeno è pur sempre un mago.

Analizzando la figura del negromante si nota come ci sia una sproporzione tra quello che fa, e il moderato spicco del suo ritratto (ci è dato sapere solo che è vecchio), ritratto dunque decisamente minore rispetto a quelli di altri personaggi della Gerusalemme Liberata. Ma minore è anche la sua descrizione psicologica, questo ci sembra strano in quanto siamo abituati all’attenzione (che per esempio, per Tancredi rasenta il maniacale) che solitamente Tasso usa per descrivere il carattere psicologico dei suoi personaggi. Questo strappo è ancor più evidente quando si passa a leggere il dell’incantamento della selva di Saron, infatti è facile vedere come questa sia tutta interiorizzata e come contrasti di molto con la semplice figura del mago, ma tutta altro che libera dalla figura del suo incantatore, insomma essa è indivisibile dal mago. Selva non tanto reale quanto inconscia, infatti la sua caratteristica principale è dare vita alle paure più profonde del nostro inconscio, come del resto Tancredi sa bene, sin troppo bene.

Ismeno è totalmente proiettato in quello che fa, e verso gli effetti delle sue azioni, azioni che lo condanneranno al destino di malvagio irrecuperabile, tanto irrecuperabile che la sua morte è unica, schiacciato da un masso enorme, ridotto in pezzi e il suo sangue sparso da per tutto (Canto XVIII ottave 87 – 88). Dicevo che è un malvagio irrecuperabile e forse è proprio quello che fa che lo condanna ha una fine tanto ignobile, ma alla fine peggiore non lo condanna il Tasso, bensì i lettori a cui Ismeno non piace.

Francesco Orlando ha spiegato, nel suo saggio sulla Fedra, che il maggior scandalo a cui il testo viene coinvolto, non è il desiderio incestuoso della stessa donna verso il suo figlioccio Ippolito, ma è il sentimento di comunione che i lettori provano verso questa creatura, sentimento che rende agli occhi degli stessi, Fedra, la vera vittima del sistema e non Ippolito. Ora per il meccanismo che regola l’immedesimazione emotiva dei lettori, con Fedra, basta leggere il testo di Orlando. Quello che a noi interessa e che per altri malvagi della liberata succede la stessa cosa. Cioè per Argante, Solimano, Aladino e addirittura per Satana stesso, i lettori provano una forte attrattiva, simpatia o anche semplice solidarietà, per Ismeno non è così. Il motivo è iscrivibile al fatto che in un certo momento della loro storia questi personaggi rivelano o meglio sono portatori dei valori che i lettori condividono, e che ciò basti agli stessi per simpatizzare con questi magnanimi perdenti. Ismeno è sempre uguale a se stesso e persegue i suoi scopi sino alla fine senza mai deviare e senza mai mostrare di possedere sentimenti e valori diversi da ciò che è. Ma forse il motivo per cui Ismeno fa quella fine orrenda è rintracciabile proprio in questo canto, siccome lo distaccamento del masso sembra opera divina, ci sta che Dio l’abbia voluto punire proprio per il cattivo consiglio che egli da a Aladino. Viene punito non perché negromante ed evocatore di “angeli caduti” ma perché è un profanatore.!!!

A proposito dei seguenti versi:

Questi or Macone adora, e fu cristiano,
ma i primi riti anco lasciar non pote;
anzi sovente in uso empio e profano
confonde le due leggi a sé mal note,

Non credo alla teoria di Stefano Verdino (anche se è affascinate) il quale nel suo articolo intitolato “IL MAGO ISMENO” ipotizza che l’ambivalenza delle due religioni nel mago è iscrivibile al fatto che alle origini della religione mussulmana, c’erano comunità che avevano fuso i due culti. Credo invece che a Ismeno non interessava quale delle due religioni era la verace, ma semplicemente si è indirizzato verso il culto mussulmano, proprio perchè questo gli permetteva maggior libertà in ciò che faceva. O anche che egli usava i rituali di entrambe le religioni per intessere suoi incantesimi.

Sul motivo per cui confonde i due riti, si può avanzare un motivo strutturale, cioè quando Clorinda salverà la coppia d’amanti dal rogo, il primo rimprovero che fa ad Aladino e di riflesso al mago è che ai mussulmani è vietato esporre icone nelle loro moschee. Di fatto l’intervento di Clorinda non sarebbe stato possibile (e forse non ci sarebbe stata la stessa digressione) se il mago non avesse suggerito il ratto dell’immagine, in poche parole; tutto ciò che si narra qui, non sarebbe stato possibile se egli non avesse confuso i due riti.

1.3 Olindo e Sofronia

Guglielminetti nella sua introduzione al secondo canto del poema. Afferma che “Alla possibilità di un episodio di autentica poesia cristiana, perché Sofronia di per se ha qualcosa dell’eroina biblica (si è fatto il nome di Giuditta) e della vergine cristiana (si è citato un luogo del trattato sulle vergini di S. Ambrogio), il Tasso preferisce sostituire un confronto ed una tenzone fra amanti egualmente generosi (…) quanto Olindo, in particolare debba a Niso, a Florio, a Gianni da procida è facilmente verificabile a livello di contegno e d linguaggio d’amore; ma è anche vero (e qui sta il nocciolo della questione) che Guglielmo di Tiro aveva gia presentato un giovane come lui che si era accollato in Gerusalemme la responsabilità di avere profanato una moschea, a dimostrazione della volontà del Tasso di fare poesia sulla letteratura, ma non del tutto disancorata dalla storia. E perciò assai congrua è la conclusione della vicenda che, sulla scorta della novella boccacciana (giornata V novella sei) ridimensiona alquanto l’eroismo dei due protagonisti e li fa ritornare nell’anonimato da dove sono partiti questo è sicuramente vero ma questo episodio ha una ragione di esistere molto semplice, è il perno su cui ruota tutta una serie di eventi, temi ed conseguenze ricche di significato per l’intero poema. Possiamo poi intravedere un motivo più musicale scorto da Praz. Mario Praz nel suo libro “la carne,la morte, il diavolo nella letteratura Romantica”, afferma che questo episodio insieme a quello della morte di Clorinda sono le spie della vera ispirazione del Tasso, che va ricercata in un peculiare senso di doloroso piacere. Se non fosse minimamente così, ci sarebbe da chiederci come mai tale episodio, sia durato sino alla revisione non che edizione definitiva del poema, cioè alla Gerusalemme conquistata, revisione che è costata la testa a questo come ad altri episodi simili.

Tralasciando l’ovvio cioè che senza questo episodio sarebbe stato più difficile presentare Clorinda, possiamo intravedere un tema molto caro al Tasso, qui introdotto. Il tema dell’amore non corrisposto, tema che giunge subito al dunque con l’amore di Tancredi per Clorinda presentato sin dal primo canto, e soprattutto l’amore di Erminia per Tancredi, di cui veniamo a conoscenza nel canto seguente. Ma perché se con l’amore di Olindo per Sofronia è presentato il tema dell’amore non corrisposto, alla fine Olindo “coglie la Rosa”? la risposta può venirci da un piccolo libro dal titolo L’innamoramento di Simona Micali edito dalla Laterza. La studiosa qui ha rilevato che il motivo dell’appartenenza all’esercito avversario può essere un impedimento abbastanza forte per annullare qualsiasi amore. Questo sarebbe il caso di Tancredi e Clorinda ma non per esempio quello tra Erminia e Tancredi (oltretutto qui Tancredi non può corrispondere l’amore di Ermina, perché vive nel ricordo più completo di Clorinda) o tra Rinaldo e Armida, naturalmente dopo che Armida per il suo Rinaldo, poteva addirittura abbandonare il suo posto, nella difesa di Gerusalemme. Allora si può aggiungere la categoria dell’impedimento per motivi religiosi, cioè l’amore tra queste coppie è impedito solo dal fatto che appartengono a due credi differenti, tanto è vero che quando Armida alla fine della vicenda si presenta a Rinaldo con “ecco l’ancilla tua” cioè con una frase presa di peso dal vangelo di Luca, l’amore può attuarsi, (insomma qui Armida è già convertita). Ed ecco perché Olindo può sposare Sofronia, perché appartengono “d’una cittade entrambi e d’una fede”. Si può aggiungere al piatto l’amore tra Gildippe e Odoardo, coniughi nella vita come nella morte ma entrambi Cristiani. Sempre Praz ci suggerisce che Sofronia si può ricongiungere ad un tipologia di fanciulla, anzi che nella sua vicenda si possono riconoscere per la prima volta alcune tematiche appartenenti all’universo romantico, come il tema della bella perseguitata, il tema della vergine martire cristiana, non che elementi di quella bellezza medusea che tanto piaceva ai romantici. (infatti quando era legata al palo del rogo, Olindo la trovava ancora più bella). Ma prima di riconoscere in Sofronia la bella vergine che si fa martire per salvare la comunità cristiana di Gerusalemme, c’è da considerare un fatto nuovo. Di fatto Sofronia non muore sul rogo, anzi si sa che dal rogo vola alle nozze, dunque come fa a diventare martire se non muore? Semplice non può, ma a questo punto rimane vagante il posto poco invitante della fanciulla che si sacrifica per la fede. E chi meglio di Clorinda può aspirare a questo ingrato compito, nessuna, infatti in quanto vergine sarà lei a morire al posto di Sofronia (che ritornerà come ci dice Guglielminetti nell’anonimato da cui era partita), che aveva salvato dalle lingue ormai pronte del rogo, posto in pubblica piazza. Non solo Clorinda ha il destino segnato, ma il suo destino è anche ironico perché verrà uccisa da Tancredi che “arde di fuoco amoroso per lei” come dire anche lei verrà arsa viva.

Prima di chiudere vorrei notare ancora due fatti:

Il primo è su Olindo. I romantici vedevano nella sua figura lo stesso Tasso amante della bella duchessa Eleonora, ma come al solito questa è una riduzione, in quanto anche se fosse vero (e quindi Sofronia sarebbe Eleonora stessa), ciò dicevo non sarebbe rilevante per l’analisi del personaggio, la verità è che “Olindo è un personaggio tutto autobiograficamente tassesco per la violenza estrema e disperata di un sentimento amoroso che è struggimento sentimentale non meno che brama sensuale; un cupio dissolvi erotico la cui terribile forza si rivela pari a quella della virtù e dell’eroismo al vaglio della morte” B. T. Sozzi. E possiamo aggiungere, pari alla forza del sentimento virtuoso di Sofronia, dunque è grazie a ciò che al palo del rogo si può assistere allo spettacolo di una vera e propria psicomachia. Alla luce di ciò Olindo non è meno vero di Tancredi, e tutto questo è uno schiaffo in faccia di che vedeva nella figura del ragazzo un personaggio minore, tanto minore che si poteva addirittura eliminare. Il Secondo è su Sofronia. Così come appare nel poema ella è un martire cristiana a cui Clorinda salvandola dal rogo gli ha tolto la possibilità di diventare beata, in quanto come è ovvio la morte per i cristiani è il passaggio per la vita eterna.

Mi pare doveroso segnalare un punto di contatto tra Armida e Sofronia, la descrizione che Tasso fa ad entrambe mentre camminano per raggiungere il loro obbiettivo è molto simile, infatti entrambe portano il velo, e camminano con doverosa accortezza, ma mentre Armida cammina così per provocare più incendi amorosi possibili, Sofronia cammina in questo modo per rendere la sua figura se è possibile ancora più umile di come in realtà sia. E mentre Armida si preoccupa di farsi vedere da tutti mentre raggiunge la tenda di Goffredo. Sofronia tende a non farsi vedere da nessuno mente si dirige verso Aladino.

Vorrei arrampicarmi sugli specchi, nel tentativo di un analisi della figura di Alete e delle figura di Argante. Ma andrebbe ben oltre il limite di cartelle che mi sono imposto di erigere, (limite oltre il quale per il possibile lettore, ci sarebbe il solo il tedio) ma mi sia concessa solo un appunto. Le ultime tre ottave del secondo canto sono dedicate alla notte, ed è poeticamente riuscita la scelta tassiana di costruire un confronto tutto interiore tra la calma del notturno e l‘agitazione di Argante e come questo confronto riesca sin da subito e anche oltre, a mitigare se non a eliminare, l’antipatia che il lettore provava per lo stesso, dopo le sue uscite arroganti al cospetto di Goffredo. Per finire, è come se questo notturno rappresentasse la calma prima della tempesta, infatti già nel terzo canto ci sarà guerra e morte.

BIBLIOGRAFIA MINIMA DI RIFERIMENTO:

1. Tasso T., Gerusalemme liberata a cura di L. Carretti, Einaudi, Torino 1993

2. Tasso T., Gerusalemme liberata a cura di M. Guglielminetti, Garzanti, Milano 1980

3. Per due letture freudiane Fedra e il misantropo, di F. Orlando, Einaudi, Torino 1998.

4. Per una teoria Freudiana della letteratura, di F. Orlando, nuova edizione ampliata, Einaudi, Torino 1987.

1 commento:

  1. Sto studiando l'opera di Rossini 'ARMIDA' ed ho trovato in un recitativo tra Ubaldo e Carlo la citazione del "saggio d'ascalona". Leggendo questo interessante scritto ho interpretato che "Saggio d'Ascalona" citato da Giovanni Schmidt (autore del libretto) possa essere il Mago d'Ascalona.

    E' la mia una interpretazione corretta oppure campata per aria?

    grazie

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